Tu non sei (come) mio padre

calendar 2026-08-26

Del Vecchio, Milleri e il padre di transizione

Il 24 agosto Leonardo Maria Del Vecchio ha lasciato tutti gli incarichi in EssilorLuxottica — la presidenza di Ray-Ban e il ruolo di chief strategy officer — con una lettera al consiglio e a Francesco Milleri, finita il giorno stesso sulle pagine di Milano Finanza. Il contenuto, in sintesi: una gestione diventata distante e impersonale, persone che devono tornare al centro, e il ricordo di come si lavorava in Luxottica vent'anni fa, accanto al padre.

Tutti hanno letto la vicenda come uno scontro di potere dentro Delfin. Lo è. Ma a noi di FBU interessa un altro strato, quello che ci troviamo davanti ogni settimana in aziende mille volte più piccole e con dinamiche identiche.

Non si è rotto un rapporto. Se ne sono rotti due.

Tra Milleri e Leonardo Maria non c'era un legame, ce n'erano due sovrapposti.

Il primo è un'alleanza operativa, razionale e reciprocamente conveniente. Lmdv sosteneva Milleri nella governance della holding di famiglia; Milleri sosteneva la crescita di Lmdv nel gruppo e il suo progetto di riassetto azionario. Entrambi ci guadagnavano, e parecchio.

Il secondo è un patto di filiazione. Leonardo Del Vecchio aveva sessant'anni quando nacque Leonardo Maria, ed è morto quando il figlio ne aveva ventisette. Il padre biologico è stato una figura più mitica che quotidiana. Milleri, negli anni della formazione, è stato la figura quotidiana: quello che c'era, che insegnava il mestiere, che stava accanto.

A giugno si rompe il primo contratto, e per ragioni tecniche: il consiglio di Delfin boccia le garanzie sull'operazione con cui Leonardo Maria avrebbe rilevato le quote dei fratelli Luca e Paola, e mette in minoranza lo stesso Milleri che il piano lo appoggiava. Un'alleanza che salta senza colpevoli.

Ma Leonardo Maria non l'ha vissuta così. L'ha vissuta come il fallimento del secondo contratto. Ed è qui l'asimmetria che spiega tutto il resto: un manager può perdere un voto in consiglio, fa parte del mestiere. Un padre non perde un voto. Un padre trova il modo.

Il passaggio più duro della lettera dice esattamente questo: non puoi celebrare i tuoi manager quando vincono e scoprire la distanza istituzionale quando attraversano un momento difficile. Non è una critica al people management. Significa: ti sei rifugiato nel ruolo proprio quando avevo bisogno che tu fossi una persona. La distanza istituzionale è precisamente ciò che un padre non ha il diritto di invocare.

Tre frasi dentro una sola

"Tu non sei come mio padre" ne contiene tre.

La prima è una squalifica. Sei competente e illegittimo. L'autorità di mio padre era ruvida ma corporea: stava nelle fabbriche, nei negozi, sapeva i nomi. La tua è procedurale. Ti riconosco la funzione e ti tolgo la paternità.

La seconda è una riappropriazione. Facendosi giudice di chi è fedele allo stile del fondatore, Leonardo Maria si prende l'unica eredità che può ottenere senza voti e senza denaro: quella morale. Non può avere il controllo della cassaforte? Si prende la memoria. Ed è una posizione imbattibile, perché l'unico testimone che potrebbe smentirlo non c'è più.

La terza è un'autoaccusa spostata. Quello che non è come suo padre è lui. Il padre costruiva; lui eredita e compra. Non può competere con il fondatore sul terreno del fare, né con Milleri su quello del gestire. Gli resta un solo campo dove è credibile: le persone. Non a caso nella lettera rivendica di aver sempre continuato a parlare con la gente dell'azienda, fin da quando era store manager. È l'unica competenza interamente sua, non ereditata e non delegata. Ci si aggrappa perché è l'ultima terra ferma.

Il ricatto reciproco (che in realtà è a tre)

Sul piano concreto la simmetria è quasi perfetta. Lo statuto di Delfin garantisce a Milleri la guida della holding e non è modificabile senza l'unanimità degli otto eredi: Leonardo Maria non può rimuoverlo. Ma dalla chiusura della successione dipende la consegna a Milleri del legato in azioni EssilorLuxottica che il fondatore gli aveva promesso per testamento — quasi 250 milioni — e quella chiusura richiede l'accordo di tutti e otto: Milleri non può incassare senza di lui.

Ciascuno tiene in mano esattamente ciò che l'altro non può prendersi da solo.

Ma il punto vero è un altro: nessuno dei due ha costruito la propria arma. Gliel'ha data il morto.

Lo statuto che protegge Milleri l'ha scritto Del Vecchio. Il legato che Milleri aspetta l'ha promesso Del Vecchio. Il vincolo che impedisce a Leonardo Maria di usare liberamente le proprie quote come garanzia l'ha messo Del Vecchio. Il potere di veto che lo rende inaggirabile gliel'ha dato Del Vecchio.

Quattro anni dopo la morte, l'unico che decide è ancora lui. Il figlio lo invoca come metro di giudizio, il manager come fonte di legittimità: nessuno dei due parla in nome proprio. Stanno litigando su chi sia il vero interprete di un assente.

Aggiungiamo un dettaglio che di solito viene liquidato come tecnicismo e che invece è il cuore del problema. Non è la divisione in otto quote paritetiche a produrre la paralisi: otto ottavi uguali con maggioranza semplice sarebbero una holding che decide. Il blocco lo generano le maggioranze qualificate — sei ottavi per distribuire il dividendo, unanimità per toccare lo statuto — che trasformano ogni erede in titolare di veto senza offrire nessuna via d'uscita: niente clausole di stallo, niente meccanismo di liquidazione, niente arbitro. Le soglie qualificate sono la fiducia messa per iscritto da chi non è riuscito a trasmetterla. Il fondatore non poteva lasciare in eredità la propria autorità, e ha chiesto a un notaio di sostituirla.

Perché non si ricompone

Un'alleanza operativa si rinegozia. Cambiano le condizioni, si rifà il conto, si riparte.

Un patto filiale denunciato per iscritto e reso pubblico, no. Leonardo Maria non ha scelto il registro del disaccordo — tecnico, reversibile, discutibile in consiglio. Ha scelto quello del tradimento, che è morale e non ammette transazione. E l'ha scelto, riteniamo, perché sul terreno tecnico aveva già perso: quando il merito ti dà torto, l'unica mossa che resta è alzare il piano e trasformare una sconfitta in un'ingiustizia. Il prezzo è che da una lettera così non si torna indietro con una telefonata.

Il motore che nessuno nomina

C'è un ultimo elemento, ed è quello che tiene tutto sotto pressione.

Il family office che Leonardo Maria sta costruendo — partecipazioni industriali, editoria, ristorazione, ospitalità — è il tentativo di essere fondatore e non erede. È l'unica risposta possibile alla domanda che si porta addosso dalla nascita. Solo che quel tentativo è finanziato indebitandosi sulla ricchezza del padre, e garantito da partecipazioni che il padre gli ha lasciato senza dargli il diritto di usarle liberamente.

Per emanciparsi dal padre deve dare il padre in garanzia. Ogni passo verso l'autonomia aumenta la dipendenza. È una trappola che non si scioglie con la finanza, e che produce una tensione costante che prima o poi deve trovare un colpevole. Milleri era il più vicino, ed era l'unico che potesse essere accusato di non essere abbastanza.

Cosa ci portiamo a casa

Il manager di fiducia nominato dal fondatore diventa quasi sempre un padre di transizione. Il meccanismo funziona finché due orologi restano sfasati: la maturazione dell'erede e l'istituzionalizzazione del manager. Quando il figlio comincia a rivendicare e il manager comincia a comportarsi da istituzione, il patto salta. Nella nostra esperienza, sempre.

E salta mai sui numeri. È una regolarità che vediamo con una costanza impressionante: le critiche di un erede al manager di fiducia del padre stanno sempre nel registro del calore — lo stile, il clima, le persone che non sono più al centro — quasi mai in quello dei risultati. Non è ipocrisia. È che il conflitto vero non è sul risultato.

Due frasi che usiamo come diagnostica, e che valgono su un'azienda da venti milioni esattamente come su una da ventotto miliardi.

Quando un erede dice "non è come mio padre", non sta valutando un manager: sta chiedendo di essere riconosciuto come figlio. Se quella frase arriva in una riunione di governance, siete nella stanza sbagliata. Quel discorso in consiglio non si chiude.

E il fondatore che nomina un successore forte senza assegnare al figlio un posto vero non ha risolto il passaggio: ha comprato tempo. A Leonardo Maria erano stati affidati ruoli di grande visibilità e leva limitata — che è compensazione affettiva travestita da carriera. La compensazione affettiva ha una scadenza.

Questa è scaduta il 24 agosto.

Il caso Del Vecchio è enorme, e per questo è comodo: è facile leggerlo come una vicenda di miliardari e archiviarla.

Il punto è che la stessa dinamica — un manager di fiducia, un erede senza un posto vero, un fondatore che non ha assegnato i ruoli e ha lasciato in eredità delle soglie di voto — la incontriamo regolarmente in aziende da venti, trenta, cinquanta milioni. Con una differenza: lì non c'è un consiglio di otto persone, non ci sono i giornali, e chi ci rimette lavora nello stesso capannone tutti i giorni.

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