La rendita e la sedia

calendar 2026-05-22

Perché nelle imprese di famiglia è così difficile decidere insieme — e cosa fare davvero

C’è un momento che prima o poi conosci bene, se lavori con le famiglie imprenditoriali.

È il momento in cui qualcuno — uno solo, sempre uno solo — si fa da parte dopo la riunione e ti dice sottovoce: “Lo vedi anche tu, vero? Non funziona più. Qualcosa bisogna fare.”

Non lo dice in plenaria. Non lo dice davanti ai fratelli, al padre, al cognato. Lo dice a te, in corridoio, dopo che l’assemblea si è chiusa con il solito rinvio. Con quella miscela di sollievo e senso di colpa di chi ha finalmente nominato qualcosa che tutti vedono ma nessuno dice.

Quel momento mi ha sempre colpito. Perché svela una verità che vale la pena esplorare fino in fondo: nelle imprese di famiglia, la consapevolezza che c’è un problema non è mai collettiva. È sempre individuale, parziale, e — questo è il punto che cambia tutto — è già, in sé, una forma di potere.

Il problema che nessuno nomina

Quando si parla di governance nelle imprese di famiglia, si finisce quasi sempre a parlare di strutture: il consiglio di amministrazione, il patto di famiglia, il consiglio di famiglia, le clausole statutarie. Strumenti utili, necessari. Ma strumenti che presuppongono una cosa che spesso non esiste ancora: la volontà comune di usarli.

Prima degli strumenti c’è una domanda più difficile: perché è così complicato, in una famiglia, riconoscere insieme che qualcosa non va e decidere insieme cosa fare?

La risposta, almeno in parte, viene da un posto inaspettato: la teoria economica.

L’agenzia in famiglia: un problema vecchio, un contesto nuovo

La teoria dell’agenzia nasce negli anni settanta per descrivere un problema classico: quando separi chi possiede da chi gestisce, crei le condizioni per un conflitto di interessi strutturale. L’agente — il manager — ha informazioni e potere che il principale — il proprietario — non ha, e tende a usarli, anche solo inconsciamente, nel proprio interesse.

Nelle imprese di famiglia questo schema si complica in modo radicale. Non perché il problema sparisca — anzi. Ma perché i ruoli si sovrappongono in modo inestricabile. La stessa persona può essere proprietaria, manager, moglie, madre e sorella nello stesso momento. Non c’è separazione pulita tra chi possiede e chi gestisce, tra principale e agente. Ogni decisione aziendale è anche una decisione familiare. Ogni conflitto di interesse è anche un conflitto affettivo.

E soprattutto: il problema dell’agenzia non è più solo verticale — tra famiglia e management — ma è orizzontale, dentro la famiglia stessa.

Due archetipi, una tensione

Nella mia esperienza, quando una famiglia imprenditoriale si incaglia su se stessa, quasi sempre si possono riconoscere due figure ricorrenti. Non sono tipi psicologici — sono ruoli funzionali che qualcuno, a volte suo malgrado, finisce per incarnare.

Il primo è chi vuole la rendita.

È il familiare non operativo — a volte un figlio che ha scelto altra strada, a volte un ramo collaterale entrato in azienda per via ereditaria, a volte un coniuge che non ha mai lavorato nell’impresa. Il suo rapporto con l’azienda è essenzialmente patrimoniale: l’impresa è una fonte di reddito, di sicurezza, di status. Non di impegno quotidiano.

Il suo orizzonte è tendenzialmente breve: vuole che l’azienda produca dividendi oggi, che non rischi troppo, che non cambi così tanto da diventare irriconoscibile. Ogni piano di investimento è una minaccia al suo flusso di cassa. Ogni cambiamento organizzativo è un rischio che non ha chiesto di correre. Il suo comportamento difensivo non è necessariamente in malafede. Chiede trasparenza — giustamente. Usa il potere di veto — legittimamente. Ma lo fa con un orizzonte temporale che guarda al prossimo esercizio, non alla prossima generazione.

Il secondo è chi vuole la sedia.

È il familiare operativo — o chi aspira a diventarlo. Ha passato anni in azienda, conosce i prodotti, i clienti, i fornitori. Si è guadagnato (o crede di essersi guadagnato) il diritto di guidare. Il suo rapporto con l’impresa è esistenziale: l’azienda è la sua identità, il suo progetto, il luogo dove ha senso ciò che fa.

Il suo comportamento opportunistico è più sottile e più difficile da nominare, anche per lui stesso. Tende a costruire coalizioni interne, a usare la vicinanza all’imprenditore come leva di legittimità, a interpretare la loyalty familiare come una forma di delega implicita. Spesso è sinceramente convinto di essere il più adatto. Spesso ha ragione. Ma i meccanismi che usa per affermare quella convinzione producono gli stessi effetti dell’opportunismo classico: esclusione, asimmetria informativa, resistenza al confronto esterno.

Il nodo è il tempo

Queste due figure sembrano inconciliabili. E nel breve lo sono davvero.

Chi vuole la rendita e chi vuole la sedia hanno interessi che nel breve periodo si contraddicono quasi sistematicamente. O si distribuisce utile o si reinveste per crescere. O si mantiene un controllo familiare stretto o si apre a manager esterni che portano competenze nuove. O si proteggono le posizioni acquisite o si rimette in discussione chi fa cosa.

Ogni riunione di CdA, ogni assemblea, ogni cena di Natale diventano l’arena in cui questa tensione si gioca — spesso senza essere mai nominata direttamente. Si parla di numeri, di mercato, di clienti. Ma sotto c’è sempre la stessa domanda: chi controlla, chi riceve, chi decide.

Il problema non è la divergenza degli interessi di fondo. È la divergenza degli orizzonti temporali con cui quegli interessi vengono perseguiti.

Chi vuole la rendita vuole che l’azienda esista tra vent’anni, perché è da lì che verrà la rendita dei suoi figli. Chi vuole la sedia vuole che ci sia ancora un’azienda da guidare, e che valga la pena guidarla. Entrambi vogliono che il nome della famiglia sia rispettato sul mercato. Entrambi, se ci pensano davvero, vogliono che i figli dei figli abbiano ancora qualcosa di cui andare fieri.

Il breve è urgente e concreto: il dividendo si decide entro giugno, il prossimo CdA è tra tre settimane. Il lungo è astratto, vago, sempre rimandabile. Ed è su questo dislivello che le famiglie si incagliano.

Il paradosso della consapevolezza

Torniamo al corridoio dopo l’assemblea. A quella persona che ti dice sottovoce: qualcosa bisogna fare.

C’è qualcosa di importante in quel gesto che vale la pena nominare. Chi capisce per primo che il sistema non funziona ha un vantaggio informativo sugli altri. E quel vantaggio, anche involontariamente, diventa esso stesso una variabile nel gioco dell’agenzia.

Chi capisce per primo può scegliere quando sollevare il tema, con chi confidarsi, come presentare la situazione in modo che la soluzione preferita sembri quella ovvia. Può chiamare il consulente senza dirlo agli altri. Può costruire una narrazione del problema che lo posiziona come la persona lucida e gli altri come il problema.

Non è necessariamente cinismo. È spesso la risposta razionale di chi si trova in un sistema disfunzionale e cerca di uscirne. Ma produce un effetto paradossale: la consapevolezza individuale, invece di aprire la strada alla consapevolezza collettiva, può diventare un ulteriore fattore di distanza.

Questo spiega perché la richiesta di aiuto esterno non è mai davvero neutrale. È già un atto politico dentro la famiglia. E trattarla come tale — con rispetto, senza ingenuità — è il primo passo per trasformarla in qualcosa di utile.

Cosa serve davvero: non un arbitro, non un tecnico

A questo punto la domanda è ovvia: come si esce da questa trappola?

La risposta facile è: con gli strumenti giusti. Il patto di famiglia, il consiglio di famiglia, le regole di ingresso in azienda. E sì, quegli strumenti servono — ma vengono dopo. Vengono dopo che qualcosa di più fondamentale è avvenuto.

Quello che serve prima è una figura — o un processo — che faccia una cosa sola, difficile e preziosa: allungare l’orizzonte temporale di tutti i soggetti coinvolti.

Non fare il compromesso al ribasso tra chi vuole la rendita e chi vuole la sedia. I compromessi al ribasso producono accordi fragili che reggono fino al primo stress e poi saltano peggio di prima. Non fare l’arbitro tra interessi contrapposti, come se la soluzione fosse trovare il punto equidistante tra due posizioni.

Si tratta di qualcosa di diverso: creare le condizioni perché le persone parlino non delle loro posizioni — quanto dividendo, quale ruolo, quale stipendio — ma di quello che vogliono davvero tra vent’anni per la famiglia, per l’azienda, per i propri figli.

Quando quella conversazione riesce, accade qualcosa di strano e prezioso: le posizioni di breve che sembravano inconciliabili diventano meno rigide. Non perché qualcuno abbia ceduto, ma perché il futuro condiviso è diventato abbastanza reale da pesare nelle decisioni del presente.

Un orizzonte come atto fondativo

Le famiglie imprenditoriali che attraversano bene le transizioni più difficili hanno quasi sempre qualcosa in comune: a un certo punto della loro storia, hanno deciso di guardarsi negli occhi e scegliere deliberatamente un orizzonte comune. Non un piano strategico — quello viene dopo. Un orizzonte: cosa vogliamo che sia questa impresa tra una generazione? Cosa vogliamo che resti di noi?

Quella scelta non risolve i conflitti di interesse. Ma li ridimensiona. Li mette in una cornice più grande. Dà a chi vuole la rendita e a chi vuole la sedia un terreno comune su cui negoziare, invece di un’arena in cui combattere.

Costruire quell’orizzonte non è un lavoro tecnico. Non lo fanno i notai, non lo fanno i commercialisti — non perché non siano bravi, ma perché non è il loro mestiere. È un lavoro di processo e di relazione. Richiede conversazioni strutturate, facilitazione competente, pazienza, e la capacità di stare nel disagio senza affrettare le soluzioni.

È un lavoro che vale la pena fare. Prima che qualcuno, in corridoio dopo l’assemblea, si faccia da parte per dirti sottovoce che non funziona più.

Riconosci questa situazione?

Se mentre leggevi hai pensato a qualcuno della tua famiglia, a una riunione andata male, a una conversazione che non riesci ad aprire — probabilmente c’è qualcosa che vale la pena esplorare.

Non serve che il problema sia già esploso. Spesso il momento migliore per lavorarci è proprio quello in cui senti che qualcosa si sta irrigidendo, ma non sai ancora bene come nominarlo.

Prendiamoci trenta minuti. Senza impegno, senza agenda preconfezionata. Una conversazione per capire dove sei, cosa sta succedendo, e se e come FBU può essere utile.

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Luca Marcolin è fondatore di FBU — Family Business Unit, boutique di consulenza dedicata alla governance e allo sviluppo delle imprese di famiglia. È autore di Family & Business e Passare il Testimone (Ayros Editore).